Questo grande passaggio dal vecchio al nuovo uomo, questo cambiamento di visione che ognuno di noi deve fare dentro di sé, comporta la vittoria sulla paura. Esistono tante forme di paura. Chiarisco subito che l’istinto di sopravvivenza che si trova ovunque in natura non è paura. Quello è funzionale al Sacro, la Natura esprime l’amore, il darsi, l’evanescenza e l’impermanenza con cui ogni cosa in Natura è fatta. Ecco questa capacità di darsi, questo amore, deve comportare l’istinto della sopravvivenza altrimenti il darsi non avrebbe nulla di sacro. L’istinto di sopravvivenza in Natura è funzionale al Sacro. Nell’uomo però c’è qualcosa che non esiste altrove in Natura: la paura della morte.
La settimana scorsa ho fatto due dirette sull’ansia: Ansia che fare? e Il ritmo dell’ansia. Qualcuno di voi ha commentato dicendo di vivere perennemente nell’ansia, soprattutto quando deve andare dal medico, quando sente qualcosa che cambia nel suo corpo.
Chiaramente nel profondo di ogni nostra paura c’è la paura della morte; anche le paure che ci sembrano apparentemente avere a che fare di più con l’attività quotidiana.
Per esempio rinunciare a fare un corso di studi. L’altro giorno parlavo con una signora: “Sai Selene, sono cinque anni che voglio fare la Scuola di Counselling Immaginale dell’Imaginal Academy e finalmente quest’anno sono riuscita a iscrivermi.” Le ho chiesto come mai avesse impiegato cinque anni e lei mi ha risposto “Per paura. Sai avevo paura di non farcela, avevo paura che non facesse per me, avevo paura che non fosse la cosa giusta. Avevo paura di questo, di quello e quindi insomma ho aspettato 5 anni.”
Capite che la paura è un grande limite?
La paura blocca e fa emergere l’Io
Stavo parlando con un uomo abbastanza in là con gli anni, che mi ha detto “Sai hai proprio ragione quando dici che bisogna invecchiare senza rammarichi, magari con qualche rimorso ma senza rammarichi. Perché il rammarico fa male. Nella vita ho avuto tante cose, una grande carriera, soldi, successo, tutto ciò che volessi. Non ho mai avuto l’amore, una compagna al mio fianco che potessi veramente amare. Adesso sono vecchio, mi sento molto solo. Ho avuto una moglie, dei figli che adesso sono grandi. Però non ho mai veramente amato mia moglie. A un certo punto ho sentito solo la necessità di fare una famiglia. Volevo dei figli ma io e mia moglie non ci siamo mai davvero amati. Adesso quello di cui mi rammarico è di non aver avuto un grande amore nella mia vita. Non l’ho mai avuto per paura. Ho portato avanti questo matrimonio che non mi andava bene e che in fondo non mi dava quello che cercavo, ma non ne sono uscito per paura di rimanere solo. E ora sono solo lo stesso, perché malgrado sia ancora spostato, mia moglie vive in un’altra ala della casa ed è una persona per la quale non provo dei sentimenti. Quindi non ho voglia di parlarle, di averla vicino. Lei cucina i pasti per conto suo, dorme per conto suo. Lei fa le cose per conto suo e io lo stesso. Se devo andare da qualche parte ci vado con il mio autista piuttosto che con lei, perché non la sopporto.”
Quando parli con le persone ti rendi conto che la paura blocca in molti modi. Ora, la prima cosa da dire è che la paura è un’impressione che nasce da un’analisi: qualsiasi cosa tu non abbia fatto ‘per paura’ a ben vedere non l’hai fatto perché non era nel tuo destino, non era nel tuo Karma, non l’hai fatto perché l’evento (che è entità, spirito, è un Dio, è una dea) non si è manifestato. La prospettiva della nostra cultura, che è una cultura patricentrica votata al potere e al controllo, è una cultura egoica ferita per cui è sempre l’Io, l’individuo, che produce l’evento. Quindi se l’individuo non riesce a produrre l’evento, poi deve analizzare il perché non c’è riuscito e trova come giustificazione la paura. In una prospettiva di una mente nuova, che è una mente poetica, l’evento è un’entità, è un dio. Alla nostra coscienza compete la capacità di attrarre l’evento, attrarre il dio, evocare lo spirito e permettere quindi al dio di manifestarsi. In questo senso, certo, la paura blocca. La paura blocca l’unione con il Divino. Ogni evento che ci può accadere o non accadere ha origine in una danza con il Divino. Esistere significa danzare con il Divino. La danza è l’esistenza come dice il Liṅga Purāṇa: “L’esistenza è la danza di Dio, è la danza di Shiva; Shiva, danzando, risveglia la materia e ne fa onde pulsanti di un suono che pervade l’universo.”
Rinunciare all’analisi
Quando abbiamo paura ci sottraiamo alla danza. Esistono aspetti della danza che ci fanno paura e noi ci sottraiamo e con questo sottrarci impediamo al Divino di manifestarsi. E così diciamo “Per cinque anni Selene ho sempre voluto fare la tua Scuola di Counselling e non l’ho ancora fatta per paura. E così Selene per paura di rimanere solo sono rimasto intrappolato in un matrimonio che mi ha impedito di trovare il vero amore. Per paura, paura, paura.”
Quando compiamo questo processo di analisi egoriferito, cioè riferito all’Io, rimaniamo intrappolati nella paura e non ne usciamo più. Dobbiamo rinunciare all’analisi. Questo è il grande messaggio che le tradizioni mistiche spirituali dei popoli, prima fra tutti il tantrismo, ci trasmettono. Naropa dice: “La suprema condotta è assenza di sforzo: rimani nello stato in cui non c’è nulla da analizzare, nulla da riflettere, nulla da pensare, rimani nello stato naturale.”
ln Europa lo stato naturale è lo stato della non mente. Le tradizioni spirituali e mistiche dei popoli, ovunque, dicono questo: l’evoluzione del cammino comporta la rinuncia all’analisi. Se inizio a fare questo processo di analisi, alla ricerca delle cause per cui l’evento non si è manifestato – e lo riferisco al mio Io-, alla fine mi trovo nell’Io. In questo modo aumento la paura, il blocco. Più mi dico che non sono stato capace, che ho avuto paura, più mi sento inadeguato, non abbastanza, colpevole. Mi sento indegno perché pauroso. Tutto questo mi spinge a voler continuamente migliorare e quindi a cercare di fare qualcosa per cambiare. Solo questo dovrebbe far scattare il campanello d’allarme: quando osservi veramente con equanimità, ti rendi conto che questo processo di analisi è governato da un codice di valori che è funzionale non alla tua natura ma al sistema.
La tua mente razionale, che compie questo processo analitico, è uno strumento del sistema. Non è uno strumento della tua natura. Il suo obiettivo non può veramente essere la tua crescita, l’evoluzione di ciò che tu sei. Semplicemente è il successo del sistema e, quindi, la tua normalizzazione e il tuo contenimento. Devi assolutamente rinunciare a questo processo di analisi. Certo è doloroso rinunciare al processo di analisi perché analizzare anestetizza la sofferenza. Il processo analitico che compie la mente è un processo anestetico. Qui si manifesta la differenza, come direbbe Nietzsche, tra il debole e il forte. Il debole ha bisogno di questo processo analitico perché ha bisogno di un’anestesia del dolore; il forte può riuscire a rinunciare a questa anestesia, al processo analitico, può assumere in sé tutto il dolore che consegue dalla pura contemplazione dell’evento. Contemplarlo in tutta la sua potenza, una potenza di dolore, di tristezza, di malinconia, magari anche di angoscia. Però avere la forza di stare lì, che è anche la forza di stare nel mistero, ti fa trovare solo l’emozione potente di questo e ho la forza di reggerla, di stare lì e di non fuggire in un processo analitico peraltro fasullo. Sto lì. sto lì. Ecco, è così che si trasforma la paura, così che si recupera la capacità di danzare con il divino perché quando tu stai lì in questa angoscia, in questo dolore, e non chiedi alla tua mente un’anestesia, piano piano scopri che questa stessa angoscia, questo stesso dolore, questo stesso smarrimento di fronte al mistero è il divino. E allora ritrovi la possibilità di danzare con il divino. Da lì tutto può cambiare, tutto può essere creato e ricreato.
L’evento può manifestarsi in tante altre forme, magari finora sconosciute. Per esempio in quella signora che mi ha detto che da 5 anni avrebbe voluto fare la Scuola di Counselling. Alla signora poi ho chiesto come mai fosse riuscita a compiere quel passo. E lei mi ha risposto che si era guardata allo specchio, sprofondata in tutta quella sensazione di miseria e dolore del non essere mai riuscita a farlo. Quando ha toccato il fondo, si è iscritta. La stessa cosa potrebbe farla l’altro anziano che non ha mai avuto l’amore al suo fianco. Se non importa quanti anni hai, dove sei, ma se hai questo coraggio di guardarti allo specchio e dirti fino in fondo “Sono solo, non ho mai avuto l’amore e non c’è un perché. Di affrontare la pura emozione senza fuggire nell’analisi, affronterai il mistero e quindi il Divino e ritroverai il ritmo della danza divina. Tutto quello che non è mai accaduto può ancora accadere.
È un cammino, un atteggiamento di chi è forte o che si esprime in un momento di forza, una forza che ti può anche essere data dalla disperazione. È un momento di forza quello in cui rinunci all’analisi e quindi è un momento di trasformazione della paura, di morte in vita. Quel momento in cui la signora si guarda allo specchio e si disgusta ma va fino in fondo in questa emozione, senza cercare di fuggire nell’analisi. Allora la paura, che indubbiamente è con lei, si trasforma e diventa la possibilità di danzare con il Divino. La paura dipende dalla direzione in cui tu la prendi. Quando ti attribuisci la responsabilità di non essere mai riuscito a fare qualcosa, arrivi a un punto in cui ti dici di non essere abbastanza, degno. In qualche modo il tuo corpo ha paura dell’annichilimento. La stessa paura che può avere un bambino molto piccolo quando non è vicino al corpo della madre, quando viene allontanato da lei. Si manifesta la paura di morire, perché senza il corpo della madre, senza la vicinanza al suo corpo, il neonato non può farcela.
Quando ti accorgi sei bloccato e invece che egoriferire, ovvero riferire a te stesso la colpa di questo e quindi arrivare alla sensazione di inadeguatezza, puoi dare un’altra direzione alla paura. Fronteggia il mistero, inizia a raccontare la storia in modo diverso, senza un’analisi mentale. In modo poetico, cioè un modo veramente emotivo, emozionale, che non passa attraverso il ragionamento ma che passa unicamente attraverso le emozioni e fronteggia sempre il mistero. Allora ritroverai il Divino.
Allora ti renderai conto che anche il neonato, in quell’attimo di piano e smarrimento per non avere vicino il corpo della madre, sta partecipando a una natura Divina che non è corrotta dalla mente.
Come trovare la forza
Nel Tantrismo, nello Yoga Sciamanico, questa forza viene chiamata “dumo”. Un fuoco che viene visto metaforicamente bruciare nella pancia. Ha origine in quel punto che i giapponesi chiamano centro vitale, circa tre dita sotto l’ombelico. Lì si accende la fiamma, un fuoco, che poi va un po’ ovunque, divampa andando a sciogliere la perla di luce che, metaforicamente parlando, si trova nel cranio. Se pensiamo il viso, al centro fra le due sopracciglia.
Quando si scioglie produce beatitudine in tutte le terre dei Buddha, in tutte le cavità corporee. Allora bisogna tenere acceso il dumo, mai consentirgli di spegnersi e permettergli invece di divampare. Alimentare il fuoco ogni giorno vuol dire alimentare la forza: quando sei forte puoi prendere la via del forte e non quella del debole, che ha sempre bisogno di scappare dall’evento attraverso il processo di analisi. Altrimenti finirai con il sentirti indegno, incapace. “La mia natura, ovvero la mia anima, non è brava a sufficienza, non è capace, non è adeguata.” Si unisce inoltre un mondo che ti sta attorno che ti manipola e che supporta questa visione debilitante. Ti spingeranno a pensare che devi cambiare, che devi guarire e curarti. Ci sono un’infinità di modelli di terapie, di guarigione e qualsiasi percorso sarà fasullo. Vanno per la maggiore quelli fondati sul motivazionalismo. “Ti insegno a cambiare te stesso perché così come sei non vai bene.” La conclusione è sempre quella del non essere abbastanza.
Se parti dalla consapevolezza di non essere abbastanza come fai ad imparare di essere abbastanza. Devi partire che la tua natura, così com’è, è la natura di Buddha. Quando ti siedi sul tappetino per meditare, non ti siedi per diventare il Buddha. Lo fai perchè lo sei. Devi partire dalla consapevolezza della tua natura, cioè della tua anima libera, altrimenti non raggiungerai mai la libertà. Possiedi già la libertà, è già in te, nella tua natura. Devi solo togliere i veli che ti impediscono di vederla.
Devi essere forte per farlo, perchè non devi scappare nella mente e fuggire nell’analisi. Non esiste un perchè, fronteggia il mistero e tutte le emozioni. Angoscia, tristezza, rabbia. Rimani con queste emozioni che non hanno un perchè. Semplicemente vivile, respirale. Il mistero è luce e da quel momento tutto può cambiare, perché riprende la danza divina e tutto può ancora manifestarsi.
Coltiva il dumo, devi essere forte se non vuoi diventare prigioniero della mente. Innanzitutto è un focus fisico. Questo tuo corpo deve respirare aria più pura possibile, deve bere acqua più pura possibile. Deve nutrirsi nel modo più corretto possibile e deve praticare uno Yoga, possibilmente della Potenza e quindi Sciamanico. Lo Yoga Giapponese è uno Yoga della Potenza, non da palestra o salotto. Quella è un’altra cosa. Devi praticare la meditazione e poi devi ricordarti del fuoco della concupiscenza.
In Europa concupire vuol dire desiderare ciò che non è lecito, cioè entrare nell’ombra, come la chiamava Jung. Sheldon Kopp la chiamava l’anima nera, le profondità. Kopp era uno psicanalista americano che andava di moda negli anni Ottanta e che affermava che nell’anima ci fosse tutto il nostro più grande potere. Occorre entrare nelle profondità dell’anima, dove c’è il desiderio più inespresso, quello che la mente non accetta e sentirlo, non agirlo. Agire vuol dire sciupare il fuoco. Permettiti di sentire, coltivare, permettiti di osservare le immagini più profonde, liberale.
Allora ti renderai conto che tutta questa ombra, oscurità, man mano che gli permetti di risvegliarsi, manifesta la sua reale natura, che è l’ombra, l’oscurità. Non è assenza di luce, ma un’alta forma di luce.
Per pipistrelli, gufi e civette, ciò che per te è giorno per loro è notte. E ciò che per te è notte per il loro è giorno. Gufo, pipistrello e civetta sono dentro di te, sono parte di te come ogni cosa. Sono parte della natura, che è ancora parte di te. Risvegliare la concupiscenza vuol dire quindi non agirla ma osservarla. Osservando i tuoi desideri più reconditi, più profondi e inaccettabili, inarrivabili, osservare tutte queste immagini e lasciarle emergere. Osservare la tua ombra, le profondità, lasciare che possano manifestarsi per ciò che sono, cioè luce. Così coltivi il fuoco del dumo.
OMI
Mettiti per almeno un minuto al giorno in postura meditativa. Respira profondamente, preferibilmente dalla bocca. Questo tipo di respirazione ti dà proprio la sensazione di un mantice che soffia sul fuoco: lo coltivi, lo coltivi e lo coltivi. Oppure se vuoi, puoi inalare dal naso e soffiare dalla bocca.
L’importante è che quando soffi, immagini di soffiare su un fuoco interno che si trova nel tuo addome e che si accende e che cresce. Come se fosse il fuoco di un caminetto sul quale soffi con il mantice. Mentre lo fai, lascia divampare tuqesto fuoco, dai vita ai tuoi desideri inaccettabili e inarrivabili di manifestarsi come immagini, come Samsara. Cioè liberi questa oscurità, che diventerà immediatamente luce. Questo vuol dire coltivare il fuoco del dumo, un metodo. Poi ci sono altri modi, lo Yoga del calore, il calore psichico. Tutto lo Yoga del dumo ti aiuta a coltivare questo fuoco, come facciamo nella Scuola di Yoga Sciamanico.





