La parola “crisi” evoca paura e perdita. Eppure, vista attraverso la lente della psicologia immaginale e della saggezza buddhista, rivela un volto inaspettato: non catastrofe, ma opportunità di trasformazione.
A diciannove anni sperimentai questo potere devastante e insieme rigenerativo. La morte improvvisa di mio padre e i valori rigidi della Brianza degli anni Ottanta – il lavoro sicuro, la casa ordinata, la domenica in chiesa – mi apparivano come gabbie. Un vuoto profondo minacciava di spegnere la mia stessa incarnazione. Fu allora che decisi di partire per lo Sri Lanka.
In quel viaggio, apparentemente folle, trovai la salvezza: lo yoga esoterico e sciamanico, e soprattutto la meditazione buddhista. Nell’eremitaggio della foresta di Habarana, sotto la guida del venerabile Gatha Thera, compresi che la crisi non è un nemico da combattere, ma una maestra da ascoltare.
Dal punto di vista immaginale, ogni crisi è un’immagine viva che ci conduce oltre l’Io, verso il nostro destino animico. È la notte oscura che ci obbliga a lasciare le vecchie forme per rinascere.
Il Buddha lo aveva già insegnato: la sofferenza non è maledizione, ma verità universale. Accoglierla significa scorgere l’impermanenza e scoprire la libertà del lasciar andare. Seduta nella giungla, ascoltando il respiro tra il fruscio delle foglie, vidi che anche il dolore più lacerante è solo un’onda che sorge e scompare.
Non serve viaggiare in un eremitaggio lontano. La vita quotidiana è già un monastero: una perdita di lavoro, la fine di una relazione, una malattia possono diventare eremitaggio interiore se abitati come simbolo e non come condanna.
La crisi, vissuta così, diventa potere generativo. Non ci distrugge, ci apre a una coscienza più profonda, a maggiore compassione, a creatività insospettata. Ogni crisi è un invito a smettere di resistere e cominciare ad ascoltare, trasformando il dolore in poesia e il vuoto in libertà .





