Amo ergo sum

Il DNA che non appartiene: quando l’anima nasce altrove

Un nuovo articolo di SCW per la rubrica “Fare Anima”

C’è chi nasce e si sente immediatamente a casa: riconosce il suono della lingua materna, l’odore della terra, il ritmo della vita familiare.

Ma altri, fin da piccoli, percepiscono una sottile, inspiegabile estraneità.

Non è ribellione, né trauma: è una nostalgia senza oggetto, come se la propria Itaca fosse rimasta oltre il velo di un mondo invisibile.

Ne parlo nel mio nuovo libro “Diario di una sciamana”, che è diventato, in breve, il diario di tutti coloro che sentono di essere nel mondo ma di non essere del mondo.

Il simbolo al di là della biologia

Di questi tempi, grazie ai continui studi sul DNA umano, si sente parlare di “non-parental DNA”, frammenti genetici che non proverrebbero né dal padre né dalla madre. Gli scienziati discutono se si tratti di errori di laboratorio o mutazioni spontanee.

Ma per l’immaginalista, l’interesse non sta nella prova biologica: sta nel simbolo.

Il “DNA non parentale” è un’immagine dell’anima errante, quella parte di noi che non appartiene interamente a questa genealogia, a questo mondo, a questa epoca. È la memoria di una stirpe invisibile: la famiglia spirituale da cui proveniamo e verso la quale, tutta la vita, cerchiamo di ritornare.

Ogni nascita è una caduta nel tempo

Nel grembo, l’anima accetta di scendere nella forma, di assumere un nome, una lingua, una storia. Ma non tutto dell’anima scende. Una parte resta sospesa, oltre la soglia del visibile, come una stella guida che ci chiama.

E allora il bambino che nasce con un “DNA immaginale”, diverso, misterioso, non ereditato, porta dentro di sé il compito di ricordare ciò che non si può ricordare.

Quando da bambina sentivo di non appartenere, credevo fosse un errore, un difetto, un isolamento. Oggi so che era un linguaggio segreto. L’anima parlava e diceva: “Non dimenticare da dove vieni. Non sei qui per adattarti, ma per portare qui qualcosa che altrove esiste già”.

L’estraneità non è una condanna: è una vocazione

Chi si sente “non parentale” deve imparare a camminare tra i mondi, con un piede nella realtà e l’altro nell’immaginazione. Non cercare casa fuori, ma evocarla dentro, come un tempio che si riaccende quando smetti di chiederti a chi appartieni e inizi a ricordare chi sei.

Forse il vero significato di questo “non-parental DNA” (senza andare a disturbare il concetto di “alieni”) non è scientifico ma poetico: è la prova che l’essere umano è un ponte tra il visibile e l’invisibile.

Siamo ibridi di materia e sogno, di carne e mito, di terra e cielo.

E quando l’anima ti dice: “Non appartieni”, in realtà ti sta sussurrando: “Appartieni a tutto”.

Immagine di Morgan K Barraco

Morgan K Barraco