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Come trasformare i traumi del passato in risorse

La ferita come soglia: un nuovo sguardo

16 Aprile 2026 Io Donna
Come trasformare i traumi del passato in risorse

Ci sono ferite che non smettono mai davvero di parlare. Tornano, anche se non lo fanno con parole chiare: con sintomi, con ripetizioni, con scelte che sembrano destino.

La domanda che mi accompagna da anni, e che porto anche nel mio lavoro con chi si avvicina alla psicologia immaginale e alla pratica sciamanica, non è come liberarsi di queste ferite. È: che cosa vogliono diventare, attraverso di noi?

È questa la soglia da cui parte il nuovo articolo per la mia rubrica Agorà su Io Donna. Un invito a fare un gesto radicale: smettere di considerare la ferita come un errore da correggere, e iniziare a vederla come una forma di conoscenza.

Nel linguaggio della psicologia immaginale, una ferita non è solo un evento passato. È una scena che continua a svolgersi nel teatro dell'anima. E come ogni scena, porta con sé una qualità latente: la sensibilità può diventare empatia, l'abbandono può diventare autonomia, la perdita può aprire al mistero.

Ma questo passaggio non è automatico. È un lavoro. È, in senso profondo, un rito.

Nel testo condivido tre movimenti interiori per accompagnare questa trasformazione, e racconto un passaggio della mia storia — quegli anni di vita monastica in cui ho imparato che l'attenzione non serve a eliminare ciò che fa male, ma a trasformare la qualità della nostra relazione con quel disagio. È lo stesso attraversamento che descrivo nel mio libro Diario di una sciamana, il cammino segreto di una monaca guerriera: la possibilità di leggere la propria storia non come una sequenza di eventi subiti, ma come un percorso iniziatico.

Come nel kintsugi giapponese, la crepa non viene nascosta. Viene riconosciuta. Perché è proprio lì che passa la luce.

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