In questo nuovo appuntamento con Le Carte del Drago, Selene e Michaela estraggono La carta n.6, La Comunione. In un periodo storico come questo, in cui gli esseri umani vivono separati fra loro e non solo, è ancora più importante. Dopo aver letto il significato della carta, come si può leggere nel libro Le Carte del Drago, Selene e Michaela approfondiscono il tema dell’unione.
Non si parla solo di relazione, ma anche di cibo. Intenso come forma di comunione sacra e simbolica: la connessione tra il divino, la natura e noi stessi. Grazie all’alimentazione. Non solo il pane e il vino, ma ogni alimento naturale rappresenta il sacro, invita a una consapevolezza maggiore nel processo del mangiare. Il cibo, quindi, non dovrebbe essere considerato solo in termini di quantità, ma di qualità vitale, prediligendo alimenti vivi e naturali rispetto a quelli industrialmente processati. Nell’arco della giornata, ci sono diversi momenti quotidiani, come il mangiare o il dormire, che vanno visti come opportunità per sperimentare un “flusso” profondo, uno stato di coinvolgimento totale che porta gratificazione e comunione con l’universo. Questa prospettiva trasforma l’atto del mangiare in un’esperienza spirituale e meditativa, che può arricchire la vita quotidiana e contribuire a una maggiore armonia interiore e con il mondo esterno.
Il cibo come esperienza di comunione
Michaela: Che carta! L’esperienza del flusso non l’avevo mai sentita come espressione, nel senso non l’avevo ancora letta nei tuoi libri, o mi è sfuggita. Anzi, sicuramente mi è sfuggita, e mi piace tanto. Ora me lo segno nel mio quadernetto degli appunti.
Selene: Parlo dell’esperienza di flusso, specialmente nel libro Ikigai‘, che è appunto quest’arte giapponese di scoprire ciò che devi fare nella vita, la tua missione, e farlo in modo impeccabile. Un libro che ha avuto tantissimo successo, è stato tradotto anche in spagnolo, e anche qua va fortissimo, perché sai che qua Los Angeles è una città bilingue e ormai si parla inglese e spagnolo. Il libro parla di questa esperienza del flusso, ci spiega come stare nel flusso, come sia importante vivere con attenzione, con concentrazione. L’esperienza del flusso è l’esperienza ottimale. Quando fai qualcosa al meglio delle tue capacità di concentrazione, di presenza mentale, alla fine ti richiede meno tempo e risulta più efficace, migliore. Tutti dovrebbero vivere nell’esperienza del flusso, tutta la vita, nell’esperienza ottimale, ma è una questione di comunione, effettivamente, di comunione con il divino. Il divino è tutto ciò che possiamo conoscere, tutto ciò con cui possiamo essere in relazione.
Il divino è soprattutto nel cibo, che rappresenta il sacro, il sacrum facere, il darsi, l’offrirsi, che è ovunque in natura. Nel cristianesimo esiste un rituale che, oltretutto, è la sopravvivenza di un rituale tantrico sciamanico all’interno della tradizione cristiana, ed è il il rituale dell’Eucarestia, in cui si mangia carne umana, si beve sangue umano, che poi è il corpo e il sangue del Cristo. Sta a significare che il Cristo, cioè l’amore, è tutto, e quindi noi, non è che possiamo mangiare una carota, una mela, senza pensare che stiamo mangiando il corpo del Cristo. Non è che possiamo pensare di bere un bicchiere d’acqua senza pensare che stiamo bevendo il sangue del Cristo.
Il divino è è ovunque, ma soprattutto nel cibo, nell’acqua. Se tu provassi a stare due giorni senza bere e ti chiedessi chi è il tuo dio, di sicuro mi risponderesti che è l’acqua. Il divino è è nella terra, nell’aria, nell’acqua. Siamo noi, in questa cultura del controllo e del potere, che l’abbiamo messo in un cielo lontano, a giustificare. Il divino invece è nella natura e quindi mangiare è un atto di comunione con il divino. I Buddhisti lo chiamano Dharmakaya, ovvero il corpo degli insegnamenti del Buddha. Dovremmo proprio tornare alla capacità di coltivare il nostro cibo. Io non riesco ogni anno coltivare le zucche, anche se mi piacciono tanto.
Mangiare è un atto sacro
M: Ho visto che qualcuno ha scritto che tu baci la zucca prima di tagliarla.
S: Certo, non solo la bacio. Siccome non riesco a coltivarle nel mio orto e visto che le zucche a me piacciono molto, soprattutto quelle mantovane, quelle grandi, verdi, le vado a scegliere, poi le porto a casa. Le tengo un po’ in casa e ogni tanto le guardo. Poi prima di tagliarle, le bacio e dico: “Perdonami per questo rito che devo compiere, comprendo il tuo sacrificio. Prendo ferma risoluzione di rendere il tuo sacrificio utile per tutte le creature senzienti”. Ogni volta che mangio, penso che diventando idee, parole e poi azioni, diventi uno strumento di utilità per tutte le creature senzienti, in modo che questa vita che svanisce nell’atto del mangiare, non sia una vita persa. Anzi, che possa trovare la sua apoteosi in una visione di aiuto, di evoluzione.
Mangiare è un atto sacro e, anche se lo dimentichiamo, è comunione con il divino. Oggi troviamo un’infinità di libri, articoli e teorie sul cibo, ma nessuno si occupa dell’aspetto sacro. Tu, Michaela, lo sai benissimo visto che fai la giornalista. Chissà quante volte avrai visto articoli sul cibo, sull’alimentazione, sulla dieta giusta, sul mangiare questo o quello. Ti sarai anche resa conto di come tutte queste teorie si contraddicano. Ieri leggevo un articolo su un giornale. Su questa stessa rivista, la settimana precedente, avevo letto uno studio sui latticini, che fanno male, non sono da consumare. Lo stesso giornale, la settimana successiva, ha pubblicato un articolo in cui i latticini erano al primo posto fra i cibi che aiutano nella vecchiaia, a rimanere più giovani e a conservare la memoria. Il risultato di queste contraddizioni sono confusione assoluta e anche disturbi alimentari. I mass media non danno mai una rappresentazione spirituale, ma solo meccanicistica.
M: Infatti, non vedo l’ora di leggere il tuo nuovo libro per capirne qualcosa di più.
S: Sì, il mio nuovo libro si intitola Digiuno Immaginale, proprio perché l’immaginare riporta all’atto del digiuno, ma anche del cibarsi, alla sua dimensione spirituale. Oggi si parla tanto di digiuno come strumento di guarigione, di elevazione, ma se ne parla quasi esclusivamente da un punto di vista biochimico. Cioè, che cosa succede alla chimica e alla biologia del corpo quando digiuni? E perché digiunare ti fa bene? Nell’antichità, in tutte le tradizioni spirituali del mondo, il digiuno era un atto di preghiera, sacro. Se non recuperiamo questa consapevolezza, il digiuno non può darci veramente quello che è preposto a darci, e soprattutto diventa difficilissimo farlo, diventa un peso enorme, perché diventa una privazione del cibo e non una cerimonia sacra.
Il diugno
Digiunare non deve essere una privazione del cibo, ma deve essere una celebrazione del sacro. Però, affinché questo possa accadere, bisogna proprio cambiare il metodo di pensiero, cambiare la prospettiva dalla quale guardiamo al cibo e per conseguenza anche al digiuno. Il cibo è una questione d’anima, non c’è niente da fare. Vedo che nella nostra società ci si fida troppo del pezzo di carta, del diploma: “Lui è un nutrizionista, lui è un medico, lui è”, se possiede il pezzo di carta. Se non hai il sacro in sé, non potrà aiutarmi, perché cibarsi è una questione di anima.
M: Sì, adesso il digiuno va di moda, come il digiuno intermittente. Viene buttato lì senza nessuna spiegazione, nessun dato, nessuna valenza e c’è tanta gente che lo fa, ma non sa neanche perché.
S: Assolutamente. Guarda, recentemente ho letto un’intervista al sindaco di Londra, che è il rampollo di una famiglia indiana ricchissima e ha sposato una moglie ancora più ricca di lui. Ha detto che lui digiuna, fa un giorno, mi sembra, di digiuno tutte le settimane. L’intervistatore gli ha chiesto come mai, se è convinto che sia giusto, faccia bene. E lui ha risposto: “Ah, certo, sì, perché così poi negli altri giorni mi posso concedere cose che mi piacciono senza sentirmi in colpa. Per esempio, a me piace bere la Coca-Cola messicana.” Cioè, ma, ragazzi, allora dobbiamo digiunare per poi riempirci tutti gli altri giorni di schifezze? Non ha senso, è una cosa abominevole. Il digiuno non deve essere il modo per rimediare a tutte le schifezze che ti sei mangiato durante la settimana. Deve essere un momento sacro, di profonda comunione con la divinità, che ti porta in una relazione con il tuo corpo, in una relazione con il cibo così autentica che nemmeno ti sfiora per l’anticamera del cervello di andare a bere la Coca-Cola messicana, che è una cosa tremenda.
A volte le persone mi dicono: “Ma Selene, tu non mangi il salame, il profiterole, la Foresta Nera. Non sai che cosa ti perdi!”. Ma io non mi perdo niente, perchè se mangiassi quella roba proverei una sensazione di malessere, di perdita di energia pazzesca. Non mi trattengo, proprio non penso di voler mangiare certe cose. E quindi mi rendo conto che il cibarsi è un fatto di anima, che mangiare bene comporta una rivoluzione interiore, che è ciò che cerco di fare attraverso i miei libri sul cibo, come Il cibo del risveglio, che ho pubblicato diversi anni fa con Mediterranee, e che vi consiglio vivamente di procurarvi, perché è la base. Il cibo è legato a molte cose, affettive, radici familiari, emotive, senza di colpa. Ci si affida a un esperto per sapere cosa e quanto mangiare, quando invece basterebbe iniziare ad ascoltare il proprio corpo; lui sa di cosa abbiamo bisogno, ma bisogna saperlo ascoltare.
L’amore e l’anima
Quando ci affidiamo a un esperto, pensiamo che il suo dramma condivide una teoria. La teoria non funziona mai con il corpo, perché la teoria è qualcosa di generico, di generalizzato, cioè, qualcosa che deve andare bene per tutti. Quando si tratta di corpo, quando si tratta di cibo, quando si tratta di alimentazione, non può esserci qualcosa che va bene per tutti, perché ciascuno di noi è profondamente diverso e i corpi sono diversi.
M: Sono d’accordo. Anche se a me, in realtà, non piace cucinare.
S: Quindi non ami la tua anima? Scusa, volevo sdrammatizzare. Dovresti iniziare a vedere il cucinare come un rito sacro. Una cerimonia: allora diventerà bellissima, una cosa di cui non puoi più fare a meno. Nelle mie giornate, aspetto il momento di cucinare, ci penso con grande gioia e intensità. Ci penso già dalla sera precedente: quali cibi mangerò il giorno dopo, in che modo, se mangiare legumi. Sono molto in relazione con ogni singolo cibo che mangio, senza bisogno di teorie. Mi trovo in una relazione più magica, più mistica, di cuore, in cui sono infinitamente grata ai ceci, ai funghi, perchè mi si danno, mi si offrono e cerco sempre di chiedere loro: “Che cosa posso fare in cambio? Come posso rendere la mia vita ancora più utile, più nobile, ancora più al servizio?”. In modo tale da esprimere al meglio la loro volontà, che è anche la mia. La mia relazione con il cibo passa attraverso l’amore, non il calcolo delle calorie, delle vitamine. Anche gli integratori, non so mi lasciano perplessa. Perchè le persone fanno discorsi come “Mangia i funghi polverizzati, perchè ti aiutano la memoria, piuttosto che l’olio di fegato di merluzzo.” C’è sotto come una volontà di prendere, anche se noi non abbiamo bisogno di tutte quelle proteine, vitamine, sostanze. Potremmo vivere con molto, molto meno e vivere bene lo stesso. Il più delle volte, il surplus di vitamine e proteine crea tossine, scorie, nell’organismo. Perchè non sa come smaltire quelle cose. Il cibarsi è un atto sacro, in cui offriamo un sacerdozio, un servizio alla natura, in cui traghettiamo una vita da una parte all’altra della grande soglia, dal visibile all’invisibile.
Trasformiamo un oggetto materiale, concreto, come una mela, una carota, in idee, visioni, pensieri, emozioni, azioni, e quindi e poi ritorniamo nella visibilità, che è poi l’azione che dà origine a qualcosa di nuovo visibile. Questo processo è un viaggio che dobbiamo onorare attraverso l’amore. Se non comprendiamo questo, non riusciremo mai a vivere il cibo come un vero alleato e saremo sempre succubi di questa relazione con il cibo. Ci vuole una mente poetica.
M: Francesca ci chiede se ci racconti un cibo della tua infanzia, un sapore che ti è rimasto in bocca e nell’anima. Alla mia mamma piaceva un tipo di pane di mais integrale, molto integrale e rustico, che faceva fare apposta dalla panetteria. Mia madre era una visionaria, vedeva l’importanza del pane integrale e quindi lo faceva fare appositamente. Era buonissimo. Lo intingevo un po’ nel latte o spalmavo sopra del miele. Poi ricordo i minestroni, che mia mamma faceva sempre. Devo dire però che un cibo per cui ho avuto sempre un debole sono le ciliegie. Avevo un albero di ciliegie nel giardino di casa e una delle cose più belle, quando ero piccola, era salire su quest’albero e mangiare le ciliegie direttamente dai rami dell’albero. Poi la mia mamma aveva anche l’orto, per cui c’erano i pomodori, le zucchine. Ricordo che diceva: “Per i pomodori, aspetta che maturino molto prima di mangiarli”. Aveva ragione perchè sono solanacee. Se sono un po’ acerbi contengono più solanina, se invece sono più maturi ne contengono molto meno. Poi avevamo gli alberi di nocciole. Mi piace tantissimo la crema di nocciola cruda, il malto d’orzo, che considero una vera e propria medicina.
M: Sai volevo raccontarti di quella volta in cui ho partecipato a una cena consapevole Buddhista che mi è piaciuta tantissimo. In silenzio, siamo andati a prendere il cibo, lo abbiamo ringraziato, abbiamo pensato a tutta la filiera, dal momento del seme, della raccolta fino alla distribuzione, a come è stato cucinato. Devo dire che è stata un’esperienza che mi è rimasta dentro. Mi sono resa conto innanzitutto che non mangiamo mai in silenzio.
S: Sempre. D’altra parte io vengo dal Buddhismo Theravada. Quando ero in mezzo alla foresta e c’erano solo il mio maestro e il mio compagno di meditazione, a volte mi capitava di andare in pellegrinaggio nei monasteri. Mi ricordo questi monaci che mangiavano con il ventaglio davanti al viso, permettendo ai turisti di entrare a visitare il monastero, anche la sala da pranzo. Le prime volte ero un po’ scioccata. Ho chiesto al mio maestro come mai i monaci facessero entrare i turisti, così rumorosi. E il mio maestro mi rispose con la famosa frase: “No problem, no meditation”. Perchè poi la meditazione sul problema vuol dire questo: il monaco medita su come il rumore circostante, il brusio, possa distrarre la sua attenzione e su com egli può richiamare l’attenzione, su come l’amore per il sacro, pe ril cibo, possa essere un momento estremamente più importante che non l’attenzione alle voci, ai turisti che fotografano. Dipende da dove poni il centro dell’attenzione e soprattutto è una questione di comprensione profonda di cosa vuol dire cibarsi. Capisci che se tu sei là a guardare il sacrifico della carota, della zucca che ti si dà, che si offre, non è che puoi pensare ai tuoi problemi. Se comprendi davvero questo, la portata immensa di questo rito del cibarti, non puoi distrarti. Perché non ci può essere nulla di più importante in quel momento, è un fatto d’anima.
Anche durante il pellegrinaggio, molte persone andavano dal mio maestro a chiedergli di compiere dei rituali. Poteva succedere il fenomeno della distrazione causata dagli altri, ma il punto era non distrarsi, in quanto il cibo era più importante. E poi nella giungla sei molto vicino alla natura, che è un continuo divorare di vite. Perchè nessuna vita può sopravvivere senza divorare altre vite.
M: Francesca scrive, a proposito del cibarsi consapevolmente, che una volta hai detto che per sentirsi radicati bisogna consumare certi cibi, come i ravanelli, le radici.
S: Sì, sono cibi straordinari per l’uomo attuale, le redici, il malto d’orzo. La maggior parte delle malattie oggi nasce da degli squilibri, perchè siamo in un mondo che tende a squilibrare i nostri corpi. Se pensi all’inquinamento, ai farmaci. Le radici sono estremamente importanti. Sono yang. Tutto ciò che penetra, in genere, che va nella terra, è yang. Ciò che viene fuori, che cresce in alto, è yin. Il sapore dolce è yin, il salato è yang.
Meditazione
Questa sera non la faremo insieme, ma potete farla voi quando mangiate. Cercate di concentrarvi con amore sul sacrificio del vostro cibo e cercate di rendervi conto che ciò che mangiate e bevete è il corpo e il sangue del Divino, del Cristo, Del Buddha. In questo modo recuperate la vera dimensione del cibarsi. L’invito è quello di vivere il cibo e l’alimentazione attraverso l’anima e non esclusivamente attraverso la mente, altrimenti non si può mai arrivare a un risultato veramente positivo.





