NAT 18 Minyè Aungdin, il Signore del Vino e dell’Oppio. L’arcano dell’Ebrezza

  • 26 marzo 2019

Questo Nat mi fornisce l’occasione per parlare dell’ayawasca e delle cosidette “erbe di medicina” che consentono l’apertura degli spazi della consapevolezza ben oltre i limiti usuali. Tra queste sostanze vanno annoverate anche alcune di quelle utilizzate nel rito del kula come vino e carne.

Il Trika, la dottrina filosofica dello Śivaismo del Kaśhmīr attraverso il maestro Abhinavagupta e i suoi scritti, trasmette il cosidereto rito del “kula” o “famiglia”. In cui viene risvegliata kundalini, la potente energia nervosa a carattre sessuale che è considerata in gran parte latente nell’uomo ed è raffigurata come un serpente che dorme avvolto in due spire intorno al coccige.

Il Nat 18 deve far pensare a sostanze che alterano la coscienza e che sono indotte dall’esterno.

Quando si parla di queste sostanze e di queste esperienze bisogna tenere presente sempre un elemeno molto importante: chi fa l’esperienza.

L’uomo primitivo, nello stato di natura, e l’uomo civilizzato sono ben diversi. Il mistico, anche se vive in una civiltà, non è mai veramente civilizzato, il mistico è immune da quel grande processo di modellamento e condizionamento che chiamiamo civilizzazione.

Una civiltà nasce su di un atto di separazione degli opposti. Senza una discriminazione etica e morale non ci può essere una civiltà. 

“Omnia munda mundis”, “tutto è puro per i puri”. Uscendo dalla stato di natura l’uomo perde la purezza e porta in essere il male come separazione dal bene. Pensa ad Edipo: ha ucciso accidentalemnte il proprio padre senza sapere che quell’uomo fosse suo padre e si è accoppiato con la propria madre, senza sapere che quella donna fosse sua madre. Nello stato di natura Edipo non avrebbe sentito alcun senso di colpa e, se fosse stato un mistico come Milarepa o Yeshe Tsogyel, la danzatrice del cielo, non appena fosse venuto a conoscenza della verità, e cioè del fatto che l’uomo che aveva ucciso accidentalmente era suo padre e che la la donna con la quale aveva avuto quattro figli era sua madre, avrebbe probabilmento esclamato “Emahò!”, “Meraviglia!”. Ma Edipo vede il male, si sente in colpa e si punisce accecandosi ed esiliandosi. Perché? La risposta a questa domanda sta nella nascita della Polis, la città-stato: è nata la civiltà.

L’uomo che porta in sé il senso della colpa vive nella paura, è condizionabile, la tigre, l’aquila non lo sono.

Il fatto è che, come ci spiega Platone nel mito di Er, l’uomo sceglie il proprio destino, il porprio daimon prima di nascere e poi ha la possibilità in ogni istante della porpria vita di rinnovare o cambiare la porpria scelta.

L’uomo che sceglie la separazione, l’individuo che vive in uno stato di coscienza duale e il primitivo che vive in uno stato di cosienza non duale, nel quale gli opposti sono distinti ma non separati, fanno esperienze completamente diverse quando assumono le droghe rituali.

Lo sciamano andino che assume ayawasca è un uomo libero che viaggia, grazie alla dimetiltriptamina contenuta nella ayawasca (si tratta della medesima sostanza che la ghiandola pineale secerne immediatamente dopo la morte fisica) viaggia nel mondo delle ombre, acquisisce informazioni, energie, guarigione e ispirazione e poi fa ritorno.

L’individuo comune, il quale vive in uno stato di coscienza duale, quando assume ayawasca, atomizza i prorpi limiti ordinari, i confini nei quali il condizionamento sociale, assorbito attraverso quel grande processo di modellamento che più chiamano educazione, lo fa vivere, quando assume ayawasca atomizza le barriere della propria consapevolezza, spacca gli argini dei limiti ordinari ai quali è abituato, fa il viaggio nell’underworld, nel regno dell’invisibilità , ma quando fa ritorno, immediatamente si ritrova nelle barriere di sempre. Il risultato è che il viaggio non solo non gli ha dato nulla, ma semmai gli ha tolto qualcosa, perché, quasi per certo, qualche neurone si è bruciato.

Prima bisogna lavorare su di sé e liberarsi dalle barriere, solo quando si è puri e liberi allora le sostanze rituali come l’ayawasca o il vino possono dare qualcosa, in tutti gli altri casi tolgono sempre qualcosa, anche se consumati in piccole quantità.

La carne merita un’atenzione a parte. L’uomo primitivo, che vive in uno stato di coscienza non duale, quando uccide un animale uccide una parte di sé, con la quale compie consapevolmente il viaggio nell’underworld, nel mondo infero per poi fare riorno pieno di informazioni ed energie. Il cacciatore nella tribù è anche il sacedorte, il quale, dopo aver compiuto il viaggio ctonio, sotterraneo, possiede tutte le informazioni che servono alla tribù: sa dove è l’acqua, sa quali bacche sono commestibili e quali no, ecc.

Poi egli è talmente unito all’animale cacciato, al di là del senso dell’Io –che non esiste nello stato naturale- da poter chiedere al medesimo animale di farsi uccidere ancora l’anno successivo.

L’uomo civilizzato quando mangia carne si fa del male perché non è più capace di compiere il viaggio ctonio conspevolmente. Egli non guadagna nulla dal consumo di carne, semmai perde sempre qualcosa.

L’ebrezza, quella positiva, portata dal Nat 18 è la capacità di entrare in uno stato di trascendenza di sé a mezzo di una pura esperienza estetica di inammoramento che è un’esperienza di fede, di amore, di rapimento estatico, senza sostaze indotte dall’esterno.

Vivere in questo condizione è vivere nell’eudaimonia, in compagnia di un buon daimon, un buon spirito guida, un buon destino. La parola eudaimonia era per Platone sinonimo di felicità e piena realizzazione di sé.

Selene Calloni WIlliams

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