Selene parla della psicogenealogia
Per gli sciamani animisti (lo sciamanismo è incentrato sul culto degli avi) gli antenati sono i nostri stessi organi, i nostri spiriti guida. Inoltre per gli sciamani le idee non sono un secreto del nostro cervello, esse sono piuttosto spiriti, dei, demoni e tali sono gli eventi: “enti”, “entità” “spiriti”. Gli organi sono disposizioni, modalità attraverso le quali incontriamo le idee, gli dei. Per esempio il cuore è la modalità della passione, il cervello è la modalità della conoscenza. Queste modalità di incontro con le idee sono spesso comuni a numerose generazioni nello stesso clan familiare, in tal senso, per gli sciamani, i nostri organi sono i nostri antenati. Contemplare le immagini degli antenati è fare un’esperienza viscerale di noi stessi e del perché la nostra anima è venuta. Compiere la missione dell’anima significa realizzarla, poiché essa non è conoscibile dalla mente se non nella misura in cui viene vissuta. Da una prospettiva immaginale e anche sciamanica, spirituale, naturale e ribelle non è propriamente corretto affermare che gli avi influenzano il nostro destino, semmai gli avi sono immagini (“eidola”, per gli antichi, raffigurazioni simboliche e idoli, immagini di culto) che ci consentono di conoscere più profondamente il nostro rapporto con le idee e, quindi, di vivere più intensamente il nostro destino. L’accento non è posto tanto sul carattere negativo/malato degli avi, bensì sulla funzione positiva che queste immagini possono avere sulla nostra vita una volta pacificate/guarite. Parafrasando Borges posso dire che non esiste un destino migliore o peggiore, ma ciascuno deve compiere il proprio destino. La contemplazione degli antenati, in quanto archetipi, cioè modi d’essere e di vedere le cose, ci aiuta a realizzare il nostro destino. Quella che io chiamo psicogenealogia immaginale è un esercizio di dialogo con le immagini degli avi che ci avvicina alla realizzazione di noi stressi. La chiamo psicogenealogia immaginale perché è sciamanica, cioè ribelle e aiuta a sviluppare un diverso metodo di pensiero, avveniristico e simultaneamente primitivo. Nella nostra epoca, che ha vitale bisogno di creatività, questo è decisamente un metodo di pensiero vincente. È grazie a questa visione diversa che il ribelle si gusta la pioggia, quando tutti gli altri si bagnano: anche la pioggia è anima e non pura materia oggettiva, ma bisogna “vederlo” per “viverlo”. Al fine di dialogare con gli avi, utilizzo vari metodi tra cui il genogramma, le costellazioni familiari e le Carte dei Nat. Queste ultime le ho messe a punto con l’aiuto di una amica sciamana del Myanmar; i Nat infatti sono gli Spiriti di Natura che vivono in Myanmar, sul Monte Popa, sono simboli universali e ci permettono di relazionarci con i nostri avi in quanto archetipi universali. Le Carte dei Nat sono poi state disegnate da un grande artista di arte sacra italiano, Luigi Scapini, che ha preso a modello gli originali birmani, sono in vendita in libreria come allegato al mio libro “Le Carte dei Nat”, edito da Mediterranee. Le costellazioni familiari e il genogramma sono strumenti importanti, possono essere proposti e vissuti alla luce di un pensiero comune, secondo i meccanismi del principio di causa ed effetto, oppure possono essere rituali sciamanici di straordinario potere capaci non solo di portarti a dialogare con le immagini dei tuoi antenati, ma anche di permetterti di sviluppare un pensiero ribelle o immaginale. La visione immaginale ti ridesta dall’impressione che i tuoi avi ti abbiano preceduto, ti sveglia da un sonno ipnotico, liberandoti dal ruolo di vittima. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Luisa si è rivolta a me due anni fa affinché l’aiutassi a realizzare un importante traguardo di lavoro attraverso la psicogenealogia e le costellazioni familiari ad approccio immaginale. Luisa è un’imprenditrice nel mondo della cultura, la creatività è alla base del suo lavoro. Pochi giorni prima aveva avuto un brutto incidente d’auto che l’aveva costretta a non poter presenziare ad una riunione fondamentale per lo sviluppo futuro della sua attività imprenditoriale. Questo incidente, che lei considerava un disastro professionale, era stato l’evento scatenante che l’aveva condotta da me. Luisa mi raccontò che l’incidente era stato causato da un colpo di sonno che le era venuto a causa del fatto che lei lavorava troppo e questo perché nella sua famiglia tutti si erano conquistati la propria posizione lavorando molto, perciò anche lei si sentiva in obbligo di faticare parecchio. Inoltre mi aveva detto che lei era proprio in quell’età in cui sua madre aveva avuto un terribile incidente che l’aveva costretta a zoppicare per il resto della sua vita, mentre sua nonna, alla stesa età, aveva perso i suoi averi a causa della guerra. Facile per Luisa collegare tutti questi eventi in una sequenza temporale di causa ed effetto. Ho cercato di spiegare a Luisa che gli eventi sono “enti”, “entità”, “spiriti”, dei e numi, essi non accadono perché ubbidiscono a leggi di causa ed effetto, ma in quanto hanno qualcosa da dirci, da mostrarci, sono voci dell’anima che ci chiama ristabilire un equilibrio primevo, un ordine universale fondato sull’amore e sulla fede che abbiamo tradito, un patto con la natura e con la bellezza che l’essere umano ha disatteso. Un dio non ha necessità di un perché, lo sapeva bene Euripide che nelle sue Baccanti fece dire al coro: “Nulla accade di ciò che è atteso, ma un dio trova le vie dell’inatteso”. E così gli eventi non hanno bisogno di un perché per accadere. Il perché lo costruisce la mente ma, come direbbero i buddhisti, è sempre chitta maya, “inganno della coscienza”. Quello che ho fatto con Luisa è farle evocare il suo dio, il suo daimon, farle rivivere l’evento dell’incidente: il rumore, il colore, la sensazione fisica, il sapore, la forma dell’evento. E mentre lei era a tu per tu con il suo daimon, ha incominciato a ricordare l’incidente di sua madre e poi è arrivata la nonna con tutta la sua emozione di perdita e rabbia. Mentre Luisa era nella rabbia, nel fracasso delle lamiere che si contorcevano e nel sobbalzo del cuore, nella sospensione del respiro, la sua mente si è completamente annullata. Luisa è uscita dal tempo, io ho visto l’attimo esatto in cui è uscita: il suo ultimo attimo da vittima e il primo attimo della sua libertà. L’ho vista in compagnia del suo daimon, del suo demone, e ho “visto” il demone trasformarsi nel suo più potente alleato non appena Luisa ha rinunciato a capirlo, a dargli un perché, a volerlo fuggire e controllare simultaneamente. Ho “visto” tutti i suoi chakra aprirsi e ho “visto” sua nonna e sua madre al suo fianco, anche loro finalmente libere, perché la libertà di uno è la libertà di tutti; le ho “viste” scaricarsi di dosso il bisogno di passare attraverso lo sforzo personale per conquistare risultati e le ho percepite insieme: distinte ma non separate. I nostri avi sono immagini che ci aiutano a intensificare le esperienze della nostra vita perché a loro volta essi hanno vissuto quelle emozioni e ci aiutano a guardarle anche da altre prospettive. In quelle emozioni vi è il richiamo dell’anima ad abbandonare il controllo, a dire di sì, a ritrovare la fede e l’amore incondizionato per ciò che è, esattamente così com’è, nell’attimo in cui è, nel luogo dove si svolge: eternamente qui e ora.